TEORIE COMPLOTTISTE E CORONAVIRUS: UNA LETTURA PSICOLOGICA

Cosa si intende per “teoria complottista”

Quando si verificano degli eventi particolarmente significativi dal punto di vista sociale, economico o politico (e l’attuale pandemia legata alla diffusione del covid -19 ne è sicuramente un esempio), spesso nell’opinione pubblica possono svilupparsi delle tendenze a dare una spiegazione di questi eventi attraverso teorie cosiddette complottiste.

Secondo Brotherton (2017), una teoria complottista può essere definita come un tentativo di spiegazione di un evento, solitamente politico o sociale, come il risultato di un complotto segreto portato avanti da un gruppo di potenti individui, o da organizzazioni segrete. Normalmente tali teorie sono caratterizzate da scarsa plausibilità; postulano la presenza di cospiratori eccezionalmente malvagi e particolarmente competenti; sono normalmente basate su prove estremamente deboli; infine, tendono ad autoproteggersi dalla confutazione empirica, sfuggendola.

La ricerca psicologica ha cercato di spiegare quali siano i meccanismi mentali che portano molte persone ad accettare, spesso acriticamente, queste bizzarre teorie di interpretazione di importanti accadimenti sociali.

Kahneman (2013) spiega che la nostra mente, quando deve elaborare delle informazioni per dare significato ad alcuni aspetti della realtà, spesso utilizza, inconsciamente, delle euristiche: ovvero dei procedimenti intuitivi, delle scorciatoie di pensiero che permettono di costruirsi un’idea generica su un argomento in maniera agile e rapida, senza tutti gli sforzi cognitivi che implicherebbe un’analisi più precisa ed approfondita delle informazioni che potrebbero essere analizzate.

Le euristiche, per quanto siano strategie spesso utili per muoversi nella complessità della nostra realtà, spesso sono “inquinate” da determinati “bias cognitivi”: degli errori sistematici di pensiero (anch’essi automatici e inconsapevoli) che portano a costruire percezioni della realtà errate o deformate da pregiudizi o ideologia. I “bias cognitivi” sono quindi una sorta di virus di pensiero, che rendono inefficaci e controproducenti le euristiche.

Ad esempio, alcuni dei “bias” cognitivi che possono portare ad accettare in maniera acritica le teorie complottiste, sono i seguenti:

  • il bias di proporzionalità: ovvero il ritenere che ad eventi di grande importanza debbano necessariamente corrispondere cause egualmente significative
  • il bias di conferma: la tendenza che ci porta a selezionare le informazioni che sono coerenti con le nostre convinzioni soggettive, e a ignorare o sminuire quelle che non sono coerenti con essere
  • il bias di ancoraggio: la tendenza a mettere a confronto solo un insieme limitato di informazioni, ancorandosi arbitrariamente ad alcune di esse, che vengono poi utilizzate senza alcuna flessibilità
  • il bias dell’ottimismo: la tendenza a sopravvalutare le probabilità di vivere esperienze positive e a sottovalutare le probabilità di dovervi confrontare con eventi di vita negativi e dolorosi

Queste sono dunque le trappole mentali che ci possono portare ad accettare, spesso in maniera superficiale, teorie situabili in un continuum che va dal “poco realistiche e non dimostrabili” al “francamente deliranti”.

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Le “funzioni” psicologiche delle teorie complottiste

Tuttavia, appare riduttivo considerare la questione del complottismo analizzando unicamente i meccanismi cognitivi che possono esservi alla base; se tali teorie hanno un successo così largo è anche perché, evidentemente, danno delle risposte a bisogni emotivi molto intensi. Come quelli che si sono originati quando abbiamo dovuto confrontarci con una situazione così difficile, destrutturante e  destabilizzante come la pandemia di Covid-19: la minaccia della malattia ci ha improvvisamente scaricato addosso la scomoda consapevolezza della nostra costitutiva provvisorietà.

Horenstein (2020), in un interessante articolo, sostiene che la forza delle teorie complottiste nello spiegare la crisi mondiale causata dal coronavirus, è legata alla loro capacità di “fornire risposte in una situazione nella quale, al momento, ci sono solamente domande”.

Le spiegazioni razionali e scientifiche veicolano un sapere che deve essere sempre suffragato dall’evidenza e dall’esperienza; un sapere che è, per sua natura, sempre provvisorio e confutabile, che ha bisogno di essere intrinsecamente superabile e “falsificabile”, per dirla con Popper.

Le spiegazioni complottistiche, invece, pretendono di trasformare immediatamente un’idea o, più spesso, un pregiudizio in una legge universale,  irrevocabile ed indiscutibile.

Alla base della costruzione di tali teorie, c’è il medesimo meccanismo mentale che alimenta la paranoia: come il paranoico riesce individualmente a costruirsi una visione delirante della realtà all’interno della quale ogni cosa, anche il dettaglio più insignificante, assume un significato persecutorio, così le teorie complottiste riescono a trasformare dei sospetti personali e privati  in verità conclamate, che devono essere immediatamente condivise con l’umanità e creare proselitismo (“i poteri forti la verità non ce la dicono!”).

Horenstein sostiene che è estremamente difficile, per tutti, sopportare l’incertezza; ed ancora più difficile è accettare la realtà di essere inermi nei confronti di alcuni fenomeni naturali, come quello rappresentato da una malattia sconosciuta e pericolosa. La pandemia ci ha fatto scoprire più deboli di quanto non pensavamo di essere, in alcune situazioni addirittura impotenti: questa esperienza alimenta, dentro di noi, delle angosce molto potenti, che abbiamo bisogno di tamponare, calmare.

E se la scienza, il sapere ufficiale e razionale, ancora non si dimostra in grado di offrirci spiegazioni e soluzioni, ordine e senso, le teorie complottiste, intrise di pensiero magico ed irrazionale, queste spiegazioni e queste soluzioni le forniscono agilmente, semplicemente, senza fatica e senza l’onere della prova. Risultano affascinanti ed efficaci proprio per questi motivi: riescono a dare una logica a qualcosa che appare incomprensibile, insensato; e soprattutto, riescono ad individuare responsabili o colpevoli dove è particolarmente difficile trovarli.

Sappiamo quanto sia difficile tollerare la mancanza di risposte; compito altrettanto oneroso è avere la pazienza di trovare spiegazioni ragionevoli e logiche, che necessitano un lavoro ed una fatica che spesso non siamo disposti a sopportare.

Il marchio di fabbrica delle teorie complottiste consiste nell’essere sempre altamente improbabili e precarie: ma, secondo Horenstein, “la loro forza è quella di dare delle risposte dove ci sono solo domande, e di alleviare il peso dell’insicurezza”. Mentono, ma lo fanno partendo da premesse che possono essere blandamente verosimili, come il delirio persecutorio si aggancia spesso a delle contingenze reali che possono dargli qualche fragile colore di realtà.

Altra ragione che contribuisce al successo delle teorie complottiste, è la loro capacità di veicolare un importante effetto di identificazione: aderire ad una teoria complottista permette agli adepti di sentirsi parte di un gruppo “illuminato”, detentore di una “Rivelazione”, di un “Verbo” che le altre persone non conoscono, perché preferiscono ignorare le supposte verità veicolate dal dogma. La convinzione, quindi, di far parte di un gruppo “eletto” si rivela una fonte di soddisfazione narcisistica notevole per gli adepti.

Queste teorie, peraltro, non contano solamente adepti: ma anche dei “boss” che le dirigono ed utilizzano per ricavare, in modo perverso, guadagno e profitto. Nella loro parossistica capacità di indicare, senza fallo od incertezze, dei “colpevoli” delle congiure a cui siamo sottomessi (generalmente stranieri, o comunque in qualche modo diversi, obviously), riescono inevitabilmente anche ad indicare dei leader senza macchia e paura, unici capaci di difendere gli adepti e proclamare la “Verità”.

Per questo motivo, incontrano terreno fertile nei pregiudizi che caratterizzano la nostra società, e soprattutto nella nostra proverbiale intolleranza alla differenza: come il “bias di conferma” ci insegna, tendiamo sempre a dare maggior credito alle informazioni che alimentano i nostri pregiudizi, ed a credere alle narrazioni che ci regalano una visione semplificata ed ordinata del mondo, come quella veicolata dalle teorie complottiste.

In fondo, il complottista non conosce il significato della parola “forse”; le sue certezze sono granitiche, il tarlo del dubbio non lo sfiora nemmeno. Evidentemente, per lui, una vita permeata di certezze, anche se inverosimili, appare decisamente preferibile ad un’esistenza che debba fare i conti con l’angoscia dell’incertezza. D’altronde, sopportarla richiede un notevole lavoro psichico; lo stesso che può permetterci di accettare la nostra ontologica fragilità, e l’unica vera certezza con cui siamo costretti a fare i conti, ovverosia quella dell’ineluttabilità della nostra morte.

Accogliere l’essenza della nostra condizione, presume la capacità ed il coraggio di sopportare domande che non hanno risposte; e quindi, per dirla con Marco Aurelio, di accettare che “siamo tutti creature di un giorno, colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte”.

 

 

Bibliografia:

  • Rob Brotherton, “Menti sospettose: perché siamo tutti complottisti”; Bollati Boringhieri, 2017
  • Marco Aurelio, “Pensieri”; Garzanti, 1993
  • Mariano Horenstein, “Coronavirus: por qué necesitamos teorias conspirativistas”, Clarin.com, 2020
  • Daniel Kanheman, “Pensieri lenti e veloci”; Mondadori, 2013

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